La fotografia è figlia delle osservazioni sulla luce e sull’ottica di Pitagora, Aristotele ed Euclide.
Ad essa, però, si è giunti dopo lunghi periodi contraddistinti da una lenta evoluzione tecnologica contrapposta ad una formidabile spinta della scienza, dell’arte e dell’architettura.
Fin dal poderoso ‘De Architectura’ di Vitruvio (I sec. A.C.), il tema della prospettiva avvicina matematici ed architetti.
La parola fotografia ha origine da due parole greche: photos e graphia. Letteralmente, fotografia significa scrivere (grafia) con la luce (fotos). Ebbe origine dalla convergenza dei risultati ottenuti da numerosi sperimentatori sia nel campo dell’ottica, con lo sviluppo della camera oscura, sia in quello della chimica, con lo studio delle sostanze fotosensibili. La prima camera oscura fu realizzata molto tempo prima che si trovassero dei procedimenti per fissare con mezzi chimici l’immagine ottica da essa prodotta; le sue prime applicazioni per la fotografia si ebbero con Niépce, al quale viene abitualmente attribuita l’invenzione della fotografia. Tra l’osservazione ad occhio nudo e l’osservazione meccanica il passo è breve, tanto che la camera oscura si diffonde a cavallo del Cinquecento e del Seicento più di quanto non si possa immaginare. Da vera e propria stanza con un foro al centro di una parete dentro la quale si entrava fisicamente per osservare e ricalcare su grandi fogli la proiezione dello scenario esterno, si è arrivati a modelli piccoli, trasportabili e reflex.
La camera oscura portatile di fine Seicento, che riproduceva sul vetro smerigliato quanto inquadrato dal foro stenopeico e poi da una vera e propria lente, diventò lo strumento di molti pittori per il disegno dal vero. Piano piano, mentre le conoscenze della chimica e il caso evolvono positivamente, molti artisti cominciano a sentire l’esigenza di fissare quella comoda, impalpabile immagine della camera oscura. La fotografia nasce e si sviluppa non come fotografia in bianco e nero, ma come semplice fotografia. Ciò si spiega subito se pensiamo al fatto che la distinzione tra bianco e nero e colore trova la sua ragion d’essere solo dopo l’avvento di quest’ultimo. In effetti, fino all’affermarsi dell’autocromia, non si parlava che di immagini monocromatiche: ciò significa che le forme ed i colori di qualsiasi soggetto venivano rappresentati in fotografia attraverso la scala delle tonalità di un unico colore che poteva essere di diverso tipo (si passava dal grigio della dagherrotipia e della ferrotipia, al verde del positivo diretto su carta di Bayard, il giallo delle carte al sale, il blu della cianotipia, ecc…).
Il concetto di fotografia in bianco e nero fu inteso inizialmente come sinonimo di fotografia in un solo colore. Fu solo con il diffondersi delle moderne carte al bromuro d’argento che cominciò a perfezionarsi la scala dei grigi a cui siamo abituati oggi nelle stampe in bianco e nero. Questa forma di fotografia ricorda molto da vicino alcune tecniche incisorie che le assomigliano molto. Ciò forse non è casuale perché fu proprio dalla litografia che mosse Joseph Nicéphore Niépce, colui che scattò la prima fotografia della storia.
La camera oscura
Un apparecchio fotografico a foro stenopeico, dal greco ‘stenos opaios’ (piccolo foro), è lo strumento più elementare per produrre immagini. Una scatola vuota e nera, un forellino di qualche decimo di millimetro su una parete e un foglio fotosensibile su quella opposta. Null’altro. Il principio di formazione dell’immagine proiettata su di uno schermo attraverso un foro è noto da millenni. Aristotele (IV sec. a.C.) osserva che i raggi del sole che passano per una piccola apertura producono un’immagine circolare e i sapienti arabi utilizzano il foro stenopeicoin astronomia per osservare l’eclissi solare.
Nonostante si sia riusciti solo nel Rinascimento a formulare le leggi della prospettiva che regolano la nostra visione del mondo, il tentativo di raffigurare il paesaggio con assoluta fedeltà è molto più antico.
Esemplare è, al riguardo, la vicenda narrata da Plinio e relativa alla gara pittorica tra Zeusi e Parrasio, tesa a dimostrare chi dei due fosse più abile. Mentre Zeusi presentò dell’uva dipinta cosi bene che gli uccelli si misero a svolazzare sul quadro, Parrasio espose una tenda dipinta con tanto verismo che Zeusi, pieno di orgoglio per il giudizio degli uccelli, chiese che, tolta la tenda, finalmente fosse mostrato il quadro; dopo essersi accorto dell’errore, gli concesse la vittoria con nobile modestia. Se egli aveva ingannato gli uccelli, Parrasio aveva ingannato lui stesso, un pittore
Al Kindi (Alchindus), scienziato arabo vissuto nel IX secolo, scrisse un importantissimo trattato con precisi riferimenti alle regole matematiche che influenzavano il corretto funzionamento della ‘camerae obscurae’, a noi noto grazie alla traduzione fatta nel XII secolo da Gherardo da Cremona. Altro sapiente arabo, contemporaneo di Al Kindi, che descrisse la ‘camera obscura’ in un notevole trattato, giunto a noi grazie ad una anonima traduzione del XIV secolo, è Abu Alì al Hassan Ibn al Haitam, più conosciuto col nome Al Hazen.
La più chiara e dettagliata descrizione di una camera obscura è contenuta nel ‘Codice Atlantico’ di Leonardo da Vinci , ove per la prima volta è correlazionato l’occhio umano alla camera oscura. Un successivo testo di riguardo che riporta dati sull’uso della camera oscura è il ‘Magiae Naturalis: sive de Miraculis rerum naturalium’ di Giovan Battista Della Porta , anche se egli non utilizzò mai un simile strumento. Il Della Porta suggeriva, come già avevano fatto altri in precedenza, di ampliare le dimensioni del foro e di applicarvi una lente: questo fu essenziale nella costruzione di camere portatili ad uso dei disegnatori del tempo. Una dettagliata descrizione ne viene data anche da uno scienziato tedesco, R. Gemma Frisius, parlando di un’eclissi di sole del 24 gennaio 1544.
Alla fine del Medioevo, gli alchimisti, facendo riscaldare il cloruro di sodio insieme all’argento, avevano scoperto che dal sale si liberava un gas, il cloro, il quale, combinandosi con l’argento, provocava la formazione di un composto, il cloruro d’argento, che è bianco nell’oscurítà, ma che diventa violetto o quasi nero quando è esposto ai raggi del sole. L’inglese Robert Boyle, uno dei fondatori della Royal Society, già nel XVI secolo aveva notato che il clorato d’argento diventava scuro in certe circostanze, ma aveva creduto che a causare il mutamento di colore fosse l’aria e non la luce. Nei primi anni del 1600 l’italiano Angelo Sala aveva poi rilevato che la polvere di nitrato d’argento veniva annerita dal sole, senza riuscire però a portare a termine alcuna applicazione pratica del fenomeno. Un analogo influsso della luce fu riscontrato su altre sostanze, soprattutto sul bromuro di argento, sul ioduro d’argento e sull’asfalto. Era naturale che, ad un certo punto, nascesse l’idea di utilizzare la singolare proprietà dei raggi luminosi di ottenere immagini sulla superficie di sostanze chimiche sensibili alla luce.
Nel 1620 Giovanni Keplero usava una specie di tenda da campo come ‘camera obscura’. Una lente ed uno specchio sulla sommità della tenda rinviavano l’immagine su un piano all’interno. Keplero poteva così effettuare i suoi rilievi topografici.
Gli artisti del seicento facevano uso della camera obscura (come veniva allora chiamata) non soltanto per i ritratti ma anche per disegnare paesaggi.
Una camera oscura gigante fu costruita per tale uso nel 1646 ad Amsterdam dall’olandese Athanasius Kircher.
Le dimesioni erano tali che il disegnatore (ed eventualmente un suo aiutante) poteva entrare all’interno della camera oscura. Su una parete un piccolo buco consentiva alla luce di passare andando a riprodurre il paesaggio esterno sulla parete opposta. Il disegnatore in piedi tracciava su un grande foglio steso sulla parete i tratti del paesaggio. Il disegno veniva poi completato nello studio dell’artista. Kircker intuì anche che il fenomeno poteva avvenire anche al contrario in proiezione ed ideò la cosiddetta ‘lanterna magica’ un proiettore di disegni che fu l’antenato dei proiettori cinematografici moderni
Finalmente, nel 1685, il tedesco Johann Zahn realizzava una “camera oscura” a reflex che perfezionava quella descritta da Della Porta. Aveva nell’interno uno specchio, collocato a 45 gradi rispetto alla lente dell’apertura, che rifletteva l’immagine su un vetro opaco. Ponendo un foglio da disegno sul vetro, era possibile disegnare l’immagine così proiettata, ricalcandone i contorni visibili in trasparenza. Zahn costruì in seguito una macchina più piccola e di uso meno complicato, trasportabile ovunque. Uno strumento di grande ausilio per disegnatori tecnici e pittori che continuò ad essere usato per almeno due secoli. Esso si basava sullo stesso identico principio grazie al quale funzionano oggi le moderne fotocamere reflex. In queste ultime lo specchio è stato sostituito da un pentaprispa di cristallo… … …
-A.S.-













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