
Per chi non lo conoscesse, Ai Weiwei è un artista e dissidente cinese. Il governo di Pechino, il quale non ama particolarmente la libertà di parola e di espressione, ha rinchiuso l’artista per 81 giorni (dal 2 aprile al 22 giugno 2011) in una località segreta, senza che fossero mai state diramate notizie sulle sue condizioni. È stato liberato anche grazie alle varie petizioni, come quella sottoscritta dai principali musei del mondo. In Italia, l’Associazione Pulitzer ha lanciato un appello per raccogliere 5000 firme. Dopo il periodo di reclusione l’artista ha mantenuto un basso profilo ma ha recentemente ripreso a postare sul suo seguitissimo canale Twitter. In fondo Ai Weiwei ci piace così:

Domenica l’artista ha pubblicato un lungo articolo sul Daily Beast, dove racconta una Pechino corrotta dalla censura, priva di fiducia nelle autorità e nel sistema giudiziario. Riportiamo la traduzione di alcuni passaggi, di sicuro interesse:
Pechino è due città. Una è fatta di potere e di denaro. Alla gente non importa chi siano i propri vicini; non si fidano di te. L’altra città è fatta di disperazione. Vedo la gente sugli autobus, vedo i loro occhi, e vedo che in quegli occhi non c’è speranza. Non riescono neanche a concepire l’idea di potersi comprare una casa. Arrivano da villaggi poverissimi, dove non hanno mai visto elettricità, o carta igienica.
Ogni anno milioni di persone arrivano a Pechino per costruire ponti, strade, case. Ogni anni costruiscono una Pechino grande come quella del 1949. Sono gli schiavi della città (…)
La cosa peggiore di Pechino è che non puoi avere nessuna fiducia nel sistema giudiziario. Senza fiducia, non riesci a renderti conto di nulla; è come una tempesta di sabbia. Non riesci a vederti come una parte della città – non esistono posti cui ti senti legato, o in cui ti piace andare. Nessun angolo che senti tuo, nessun posto con una luce particolare (…) tutto sta sempre cambiando, per volontà di qualcun altro, che impone il suo potere. (…) Mi spiace dover ammettere che non ho un posto preferito a Pechino. Non mi va di andare da nessuna parte in città.
Certo, ci sono aspetti positivi a Pechino. Le famiglie hanno ancora bambini. Ci sono alcuni parchi. Settimana scorsa ho fatto una passeggiata in uno di questi parchi, e un sacco di gente mi dava pacche sulle spalle, e altri mi mostravano il pollice alzato (…) mi dicono sempre “Weiwei, lascia la Cina, per favore”, oppure “Vivi più a lungo di loro e aspetta che muoiano”. Andarmene, o essere paziente e aspettare di vedere come moriranno. Non ho davvero la minima idea di cosa fare.
Il mio calvario mi ha fatto capire che ci sono molti buchi neri in questo luogo, dove gettano le persone, togliendo loro l’identità. Senza nomi, solo numeri. (…) ci sono migliaia di posti come questi. Solo la tua famiglia ti piange, e sa che sei sparito. Chiede, ma non riesce a ottenere risposte, nemmeno dai livelli più alti della polizia o del governo. Mia moglie ha chiesto ogni giorno informazioni sul mio conto, chiamando ogni stazione di polizia. Dov’è mio marito? Ditemi solo dov’è mio marito. Niente documenti, niente informazioni.
La caratteristica più terribile di questi spazi, è il totale isolamento, da tutto, dalla tua stessa memoria, e da tutto quello che eri abituato a vedere intorno. Non sai quanto tempo resterai in quella condizione, ma sai che potrebbero farti qualunque cosa. Ti domandi perché ti trovi in quel posto. È come diventare pazzi. È dura per chiunque. Anche per chi crede molto, e ha fede (…) Pechino è un incubo. Un incubo dal quale non ci si sveglia mai.








